Quando di ritorno dalle vacanze tiri su le serrande e trovi in un vaso una pianta che non ricordi proprio di aver piantato tu. E quando ti avvicini, prima ti sembra una pianta di zucchine, poi pensi ad una di zucche fino a quando vedi dei palloni appesi che sembrano proprio meloni. Anzi, lo sono proprio. E sono anche grossi.
Insomma, quando del tutto inaspettatamente di ritorno dalle vacanze ti scopri una coltivatrice di meloni retati.
Ecco, a me è successo esattamente questo:

Come sarà avvenuto che in questo vaso lasciato incolto, un po’ dimenticato, sia arrivata una pianta di melone?!
Siccome mai saprò se ringraziare il vento o un uccellino di passaggio, nel dubbio ringrazio entrambi. E forse anche il mio gatto che spesso smuove la terra nei vasi.
Era in realtà già successo la scorsa estate, in un altro vaso lasciato vuoto in cui erano spontaneamente fioriti dei fiori gialli bellissimi. Mai visti. Poi identificati come Papaveri della California. Anche quella volta, la sorpresa per qualcosa di inaspettato. Qualcosa che sfugge al controllo, al previsto, al deciso e al controllato.
In cuor mio aspettavo i papaveri della California anche quest’anno. E invece sono arrivati i meloni.
(Certo è arrivata anche una Presidente del Consiglio che si chiama Meloni ma questa è un’altra storia e non è di questo che voglio parlare qui)
Una combinazione imprevista tra un seme in movimento e un terreno disponibile ad accoglierlo.

Le piante sono incredibili nel loro inventare soluzioni di esistenza, utilizzando l’espressione di Gilles Clément, riuscendo a crescere in minimi interstizi di terra, nelle piccole crepe dei marciapiedi e muri a cui passiamo accanto senza dargli importanza fino a quando attirano la nostra attenzione grazie a queste piantine inaspettate.
Il non previsto che ci apre gli occhi. La forza vitale di una piantina che spacca l’asfalto, ridisegna lo spazio e rompe l’uniformità.
Fare quanto più possibile con, e quanto meno possibile contro.
Gilles Clément
Questa storia, oltre a dei meloni a km 0, mi suggerisce per questa ripresa dopo la pausa estiva e per i tempi futuri di prestare ascolto agli spazi incolti. E di avere cura di lasciarne.
Perché forse qualcosa arriverà. E potrebbero essere frutti buoni. O in ogni caso saranno diversi da quelli che ho in testa e conosco già.
Nei nostri giardini (o terrazzi o balconcini o davanzali).
E nei nostri giardini interiori:
Spazi vuoti, di silenzi, di pause.
Di indefinitezza.
Spazi sottratti all’efficienza.
Spazi aperti a quello che potrebbe passare di lì.
Spazi che accolgono l’ignoto.
In movimento. Vagabondi. Divergenti.
Residui non organizzati e apparentemente improduttivi.
Spiragli non ragionati.
Lasciati al caso.
Interstizi indifesi.
Spazi d’avventura.
Possibilità di uscire dal seminato, da strade già battute.
E territori incolti da lasciare anche a chi ci sta accanto.
Ai figli e alle figlie.
Spazi per e con i nostri sé selvatici.
